Articolo da https://www.lavocedellisola.blog/

di Deborah Guazzoni

Intervistare Piero Rista è stato un mio progetto fin dal giorno in cui l’ho conosciuto lo scorso anno. E’ un personaggio incredibile, dal sapere enciclopedico, un profondo conoscitore della storia del rione Isola, fulcro della storia dell’Hockey Amatori e stella al merito sportivo del CONI. Un uomo, che, a dispetto della sua età, ha ancora una profonda passione per uno sport che ha segnato profondamente la sua vita e la storia del nostro territorio.

Decido quindi di chiedergli un appuntamento ufficiale. Appena gli spiego che vorrei intervistarlo, lui mi sembra subito entusiasta e ci incontriamo a casa sua un sabato mattina.

Appena entrata, gli racconto che mi piacerebbe comprendere meglio la storia della nascita dell’hockey all’Isola, anche perché in genere io e tanti altri a Vercelli identifichiamo l’hockey con l’Isola. Rista però mi chiarisce subito come l’hockey, seppur simbolo sportivo del quartiere, abbia vissuto un percorso di appropriazione degli isolani. E per farmi comprendere meglio questo processo, mi racconta un aneddoto divertente: la gente del quartiere all’inizio non conosceva questo sport, tanto da chiamare la prima squadra “cuj d’ oche”, cioè “quelli delle oche”, per assonanza fonetica del termine dialettale.

Gli chiedo “Parliamo delle origini: si giocava già a hockey a Vercelli prima dell’Amatori?”.

“Certo l’Hockey esiste a Vercelli dalla ristrutturazione degli anni ’30 dello Stadio Robbiano, quando fu creata la pista da pattinaggio. A introdurre e sostenere l’Hockey all’interno della Società Pro Vercelli era stato il dott. Emilio Ara, importante atleta e ciclista e dirigente della squadra, fratello del famoso calciatore Guido Ara. Emilio era stato un pattinatore e promosse la sezione Hockey con grande entusiasmo.

La partecipazione al primo campionato si ebbe tuttavia solo nel 1951, quando entrai io nella squadra. La Pro Vercelli entrò quindi in serie C, ma da quella posizione non si mosse, probabilmente perché i dirigenti dell’epoca non erano molto interessati a questo sport. Inoltre mancava un allenatore qualificato.

Per ovviare a quest’ultima situazione, io, che amavo tanto pattinare, mi spostavo il sabato pomeriggio a Novara, dove c’era il papà di quello Zaffinetti, che ha giocato anche a Vercelli. Il signor Leo, che era il custode della pista in viale Buonarroti a Novara, ci dava un bastone e una pallina e ci allenava.”

“Ma voi non avevate l’attrezzatura per giocare?” gli domando.

“Certo, alla Pro Vercelli avevamo tutto, tutta roba personale, che abbiamo portato poi all’Isola”.

“E come avete iniziato a giocare all’Isola?”.

A questa domanda mi accorgo che sta per iniziare un lungo racconto e mi accomodo meglio sulla sedia. “Questo è il punto. Il Circolo dell’Isola, come associazione cooperativa, era stato ricostituito all’Isola nel 1948, dopo lo scioglimento imposto dal regime fascista nel 1929. Esso occupava una struttura, affittata nel 1949 e costituita da solo tre camere, di cui una fu abbattuta quando realizzammo il passaggio sulla strada. Delle tre stanze una era a disposizione del Circolo, in una era la sezione del PCI e una sarebbe poi diventata lo spogliatoio della squadra di hockey.

L’Amatori è nato per una serie di eventi concomitanti.

Nel 1957 il terreno e la struttura furono acquistate dal Circolo. Io entrai in contatto con i dirigenti dell’associazione (di cui qualcuno era consigliere comunale come Giuseppe Graziano), perché aiutai la mediazione per l’acquisizione della baracca di legno di proprietà comunale, che era stata depositata nel cortile dove avevo la mia officina, in via Guala Bicchieri, dove ora è situata l’Agenzia delle Entrate. La struttura, abbandonata in quanto sostituita in epoca fascista con una struttura in muratura, fu pertanto utilizzata per l’ingrandimento del Circolo. La sua posa all’Isola si vede nelle foto del libro del Suman “Isola. Rione rosso”.

Negli anni ‘60 i dirigenti del Circolo iniziarono a cercare qualche ulteriore utilizzazione di questo spazio, attività che portò alla costruzione dei campi da bocce. In quello spazio inoltre si svolgevano ogni anno delle feste danzanti, o balli a palchetto, per i quali ci si avvaleva in prestito della struttura della sezione del Partito Comunista di Porta Torino. Per evitare l’inconveniente di dover ogni volta installare la pista, all’inizio del 1962 si decise la costruzione di una pista di cemento. Doveva servire sia come un campo da pallacanestro, sia come pista da ballo. La forte presenza nel quartiere di muratori e carpentieri facilitò il progetto e un po’ tutti collaborarono.

Furono realizzati dei quadrettoni alternati rossi e color cemento. Tuttavia, durante la costruzione, si ruppe la betoniera e io venni chiamato alla riparazione, in quanto esperto, considerato la mia officina si occupava già della manutenzione dei macchinari da stampa (Chiais, La Sesia) e delle apparecchiature delle imprese edili locali.

Era stato incaricato di propormi il lavoro un falegname, un bravo artigiano, che, tra l’altro, ci costruì le prime porte da hockey. Quando arrivai sul cantiere, la pista era quasi finita: era stata progettata perché avesse una dimensione di 14x30 metri.

Facciamo ora un passo indietro. In quegli anni si stava consumando una frattura interna a Pro Vercelli: la dirigenza, in forti difficoltà economiche, iniziò a mal considerare la dispersione dell’attività sportiva nelle diverse sezioni e tese ad abbandonare gli altri sport per concentrare i propri sforzi sulla scherma, la ginnastica e il calcio. Di conseguenza trascurò a poco a poco tutte le altre sezioni, a dispetto dei risultati incoraggianti anche ad esempio provenivano dalla sezione Hockey, la quale aveva appena vinto un torneo e varie amichevoli. La situazione precipitò, dopo la nomina di un presidente che forzò questa tendenza: la sezione decise di sciogliersi e i giocatori rimasero senza pista.

Io e Innocenti però non ci rassegnammo a dover trasferirci a Novara. Noi volevamo giocare a Vercelli in una squadra locale. Pertanto ci muovemmo in varie direzioni per poter trovare uno spazio dove allenarci.

In primo luogo ci rivolgemmo al Dopolavoro della Chatillon, che possedeva una pista di pattinaggio. L’allora direttore della fabbrica Tagliavini, dopo vari tentennamenti, si rifiutò di acconsentire alle nostre richieste, adducendo di non voler sottrarre la pista ai dipendenti dell’azienda, che la utilizzavano per giocare a tennis.

Ci rivolgemmo allora all’Enal, ma la pista di questa struttura, in estate, quando noi ne avremmo avuto bisogno, era utilizzata come platea per il cinema all’aperto. Dopo anche questo rifiuto, contattammo i salesiani del Sacro Cuore. Il collegamento era naturale, visto che i salesiani avevano già promosso tutte le grandi squadre venete di hockey (Trissino, Thiene, Breganze, Bassano del Grappa). Il direttore dell’opera salesiana era Don Tomé, che aveva appena acquistato un grande terreno in via Olcenengo e stava facendo costruire delle villette per i parrocchiani. Il sacerdote inizialmente ci prospettò la possibilità di concederci uno spazio e ci tenne un po’ in sospeso, ma poi alla fine preferì procedere alla costruzione delle villette a dispetto del nostro progetto.

Nel frattempo la Pro Vercelli Hockey si era sciolta e i vercellesi furono assenti dai campionati 1960-1961.

E’ naturale che, quando vidi la pista del Circolo, pensai subito di poterla usare come pista di pattinaggio. Quel giorno ero in compagnia del presidente del Circolo Cino Belvisotti, del vicepresidente Giuseppe Graziano e di Mario Suman, consigliere del circolo, che, sebbene fosse il più giovane del gruppo, era una persona autorevole e molto attiva. Innocenti, che all’epoca aveva un’impresa di costruzione di serbatoi per la Montecatini, e io abbiamo immediatamente presentato una proposta e ottenuto il seguente accordo: Innocenti avrebbe fornito tutta la parte in ferro per la pista e io avrei fatto tutti i lavori gratuitamente, in cambio avremmo potuto usare la pista, che però avrebbe dovuto essere allungata di un metro sulla parte misurante 14 metri per essere regolamentare.

 

“Ma quindi i giocatori della prima squadra dell’Amatori erano quelli di Pro Vercelli?” preciso.

 “Certo” replica “erano i vecchi giocatori della Pro Vercelli, tutti della mia età più o meno.

Io contattai subito il rag. Felice Rossi, che era responsabile della Federazione. Lui venne all’Isola e si incontrò con me, Innocenti, Belvisotti, Graziano e Suman e gettammo le basi della società. Lui ci fece l’iscrizione in Federazione.

Cino rimase solo dirigente del Circolo, mentre Suman fu eletto presidente dell’Hockey, anche se non aveva mai giocato. Abbiamo creato poi anche un Consiglio. Io ero un po’ un factotum, ero allenatore, meccanico per i pattini, costruttore di pattini per i ragazzi”.

Lo interrogo “E le divise erano già giallo verdi?”.

“ In origine le nostre divise erano rosse. Poi siamo passati a maglie bianche Lacoste. Mia moglie ha bordato tutti i colli e le maniche di azzurro. Sono state per molto tempo le nostre maglie, almeno fino al nostro ritiro. Il gialloverde è venuto fuori con Domenicali” spiega.

“ Il rapporto con il quartiere com’era? I giocatori erano scelti tra i ragazzi dell’Isola? Mi pare che anche suo fratello giocasse nell’Amatori, vero?”

Si vede che quando parla del fratello un velo di tristezza attraversa i suoi occhi. “Si, purtroppo non c’è più, ma era anche lui un giocatore, anzi fu lui che reclutò Carlo Costa, un altro isolano.

Un giorno mi disse “c’è un mio amico, della mia età, che esce con me e che gioca al pallone. E’ dell’Isola, è il figlio del Tenca”. Io l’ho convocato e la sera, quando non facevo gli allenamenti, al Circolo gli insegnavo a pattinare. E’ diventato uno dei migliori portieri in assoluto.

Noi giocatori eravamo considerati come dei, tutti volevano pagarti la merenda e moltissimi collaboravano in qualche modo alla riuscita della squadra. Ad esempio c’era la moglie di un certo Formaggio che ci ha fatto i parastinchi, con delle coperte di lana scartate dai militari ai tempi dei partigiani. Un’altra ci ha ricamato le maglie. Nelle trasferte la moglie del Belvisotti ci portava i salami sotto grasso, che noi mangiavamo alla buona. I primi sei anni eravamo una grande famiglia. L’impegno ad esempio di Bianca Suman per la squadra non si può neppure raccontare. Però era tutto a nostro carico: palline, bastoni. Salvo qualche contributo che ci dava il CONI di Prestinari.

Il passaggio in serie C fu segnato dalla questione degli spogliatoi. Io andai con Graziano da un noto imprenditore dell’Isola, che preferisco non nominare, che era contrario alle iniziative del Circolo per la presenza della sezione locale del Partito Comunista . Ma di fronte all’impegno per i giovani che la squadra aveva intrapreso, decise di concedere il contributo di settecentomila lire (non so dire se fu un contributo a fondo perduto o un prestito però). Questa somma, insieme al concorso economico del CONI, ci permisero di costruire due spogliatoi per le squadre muniti di docce e uno più piccolo per l’arbitro”

“Ma anche con il passaggio in serie B vi chiesero altre modifiche?”

“Certo. La staccionata in ferro l’ho fatta tutta io, gli assi intorno li aveva fatti il falegname dell’Isola, quello che ci aveva fatto le porte. Sulla staccionata era obbligatoria una rete che noi in origine avevamo realizzato riciclandone una da pollaio, il genere romboidale che finisce con delle punte, con cui qualcuno si era anche fatto male. Quando la Questura venne a svolgere il collaudo della pista, ce le contestò e con il passaggio in serie B divenne obbligatorio intervenire.

Innocenti nel frattempo era passato alla Pro Vercelli. A causa del superamento dell’età, lui e altri anziani del gruppo erano usciti dalla squadra.

Allora proposi di farmi carico io dell’adeguamento della pista, purché mi fosse comprato il materiale necessario. Quindi nelle sere in cui non facevo allenamento, mi dedicai a realizzare tutti i pannelli quadrati con la rete.

Inoltre un grosso impegno era dato dalla manutenzione della pista, che era coperta di una pastina rossa, che si usurava spesso. Pertanto ogni sabato con Innocenti eravamo stati costretti a ripristinarla con una miscela, che ci aveva insegnato un muratore, a base di cemento e soda Solvay, che diventava subito duro e ci consentiva di giocare già in serata la gara. Ripristinare settimanalmente il fondo era però di un impegno faticoso, pertanto nel 1967 io stesso realizzai i 450 metri di piastrelle presso il piastrellificio Cattaneo, dei cui macchinari curavo la manutenzione. Erano piastrelle bicolori con la parte centrale verde e rossa di marmiglia pressata con una pressa a mano. La nuova pavimentazione ci fu poi venduta a basso costo e fu posata dal Biglia e dal suo socio Leone. Cattaneo fece poi venire un levigatore, che pianeggiò la pista.

La pista fu resistentissima e ancora vent’anni fa circa cercai con Suman di metterla nuovamente in funzione. Le piastrelle erano ancora in buone condizioni, solo che la marmiglia iniziava a emergere dal cemento disgregato dalla pioggia. Giocammo ancora lì sette anni fa con i veterani e sono solo due anni che la copertura venne smantellata, quando si era pensato di convertire la pista alle macchinine, i go-kart. Quando fu rimossa, fu possibile ancora vedere il campo originale, con la base di cemento a quadrettoni e la striscia grigia sul lato che avevamo aggiunto.”

“Quali sono state le persone più importanti nella sua esperienza di giocatore, sia sul campo sia fuori?”

“Per me sicuramente Graziano, che ha dato l’anima per la squadra. Ma anche Suman fu un galantuomo: quando arrivammo in serie B riconobbe di essere troppo impegnato e troppo in vista come partito e lasciò la presidenza della squadra ad Alberto Dragone, il fotografo che pattinava con me alla Pro Vercelli. Fu presidente in B e in A”.

“E della sua famiglia, chi è stata la persona che l’ha più sostenuta?”

“Mia moglie sicuramente. Lavava le divise, puliva i pattini. Veniva a tutte le partite e si portava mio figlio, che a un anno dormiva durante le finali sulla panchina a Bologna. Tutta la famiglia mi sosteneva e anche quella di mio padre, visto che giocava anche mio fratello. Mio figlio ha giocato poi nella Rotellistica in serie B.”

“A un ragazzo di oggi consiglierebbe di giocare a hockey? E perché?”

“Glielo consiglierei sicuramente. In questo sport, come in molti altri, si impara la vita: c’erano momenti negativi ma si imparava sempre qualcosa, come convivenza civile, regole e una certa disciplina che da adulti sono molto utili. Ma è difficile spiegare come era all’epoca questo sport qui all’Isola. Era una famiglia”.

“Qual è il più grande insegnamento che ha ricavato dall’hockey?” lo incalzo.

“ Ho imparato che certe volte bisogna rinunciare a qualcosa. Io non ho rinunciato alla mia grande passione di giocare e ho perso tutto quello che ho perso nell’hockey. Oggi ammetto di aver sbagliato a lasciare l’Amatori, ma mi piaceva troppo giocare”.”

“Ma perché temeva che l’Amatori le riservasse un posto marginale?”

“No, nell’Amatori avrei potuto fare quello che volevo come dirigente. Ma non avrei più giocato. Nella Rotellistica, che ho fondato io, ho potuto giocare fino a cinquant’anni. Quando me ne sono andato eravamo già tutti anziani e nel 1966, quando siamo passati in serie A, io avevo voluto lanciare una squadra tutta del rione come prova. Ma tutti i genitori premevano perché giocassero i giovani e noi abbandonassimo il gioco. Io avevo in mano tutta l’attività all’epoca e abbandonai tutto”.

 “Non le manca giocare a Hockey?” gli domando.

Lui fa una pausa lunga prima di rispondermi. Nei suoi occhi vedo per un momento un lampo, la passione che riemerge. Mi risponde con tono dimesso “Certamente che mi manca pattinare, ma è come quando mi hanno detto che avevo il diabete e io ho smesso di guidare. Purtroppo per vivere bisogna accettare delle limitazioni. Mi manca e mi vengono le lacrime agli occhi, se penso ai vecchietti dell’Isola, che ci hanno sostenuto, a gente che non sapeva neppure pronunciare il nome di questo sport”.